Bisogna esser curiosi, golosi ed appassionati. Fin da piccoli, abbiamo avuto la fortuna di vivere immersi in un mondo di gesti che inconsapevolmente ‘ci ha contaminati’. Ricordo mia nonna Maria, cuoca alla pensione Annalena di Firenze e poi nella casa di famiglia a Modigliana in Romagna dove settimanalmente tirava la pasta per i ravioli che serviva poi con il suo ragù.
E mia madre che preparava il coniglio in casseruola al forno. Con affetto ripenso a quei gesti, quei rituali che poi ho cercato tutta la vita. Sono orgoglioso di far parte da oltre 30 anni dell’Accademia Italiana della Cucina che insieme allo storico magazine La Cucina Italiana diretto da Maddalena Fossati e alla Fondazione Casa Artusi hanno condotto per 5 anni il dossier di candidatura all’UNESCO e che, giusto ieri, ha portato la nostra cucina ad essere riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Una grande soddisfazione, non solo per me, ma anche per tutti i ristoratori, pizzaioli, agricoltori, allevatori, produttori di vino, che ha avuto e continua ad avere un ruolo centrale in quanto parte integrante di questa storia d’identità, cultura e lavoro. Una data da scrivere e da ricordare per noi, i nostri figli, i nostri nipoti.

Ricordo quando una sera a Velletri a casa Tognazzi all’inizio degli anni ’70 Ugo ci propose il suo maialino arrosto, da lui stesso allevato, sottolineando il valore di quella carne anche in termini economici in quanto, farlo crescere, gli era costato oltre 80mila lire al kg!


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